Tradurre è tradire
Umberto Eco
Noi esseri umani siamo animali sociali e la comunicazione linguistica è alla base di ogni nostro rapporto interpersonale. Come porci di fronte alla pluralità e alla diversità delle lingue? Partendo dagli albori della storia, il mito della distruzione della Torre di Babele comporta simbolicamente la perdita dell’utopia di una lingua unica. Per superare l’ostacolo dell’incomprensione, serve il lavoro concreto della traduzione – dal latino trans-ducere, portare oltre, trasmettere concetti, per comunicare e per diffondere un pensiero a persone provenienti da realtà culturali differenti.
Già dall’antichità la necessità della traduzione era riconosciuta. Ricordiamo solo alcuni esempi. I primissimi traduttori furono gli scribi, figure di alto spessore intellettuale che rivestivano importanti funzioni ufficiali e amministrative nelle società mesopotamiche nel 3000 a.C.
Pensiamo poi alla Stele di Rosetta (196 a.C.), lastra di roccia rinvenuta in Egitto durante le campagne napoleoniche, su cui è inciso un decreto sacerdotale in tre lingue diverse: geroglifici, sistema utilizzato soprattutto dai sacerdoti egizi, demotico, lingua utilizzata tra persone comuni nell’antico Egitto, e greco. Enorme rilevanza nella storia della traduzione in Occidente ha la tradizione di parafrasare dal latino i testi biblici. Riconosciuta come una delle versioni più importanti c’è la Bibbia di San Girolamo, grande conoscitore della lingua greca, che lavorò instancabilmente alla sua traduzione, conosciuta come “Vulgata”. In questo breve excursus della storia della traduzione antica non possiamo dimenticare il Cicerone del De optimo genere oratorum (46 a.C.), il quale affermava che la traduzione perfetta non esiste, anche perché è “arduo mantenere la bellezza e l’eleganza dell’originale. Se traduco alla lettera però genero non-senso. Se necessario altero in qualche cosa ordine e stile.”
Proprio da questa citazione di Cicerone si deve partire per parlare di traduzione. Il messaggio che deve essere tradotto non sempre può essere sostituito con la traduzione letterale, nella lingua di arrivo. Come il detto di Umberto Eco afferma, tradurre significa tradire: nessun traduttore, per quanto bravo e attento, è in grado di trasportare esattamente un pensiero o un sentimento da una lingua a un’altra. Come si concilia allora l’accuratezza con un lavoro che sappiamo già che in qualche modo tradiremo? Pensiamo a due rette parallele, tangenti all’infinito, si avvicinano senza mai arrivare a toccarsi. Secondo me, il lavoro del traduttore consiste nell’aspirazione a quell’avvicinamento infinito. Cioè più che di perfetta corrispondenza, si deve parlare di equivalenza: rispettare il senso del testo originale; insomma dire quasi la stessa cosa, come sosteneva Umberto Eco.
Quando ci avviciniamo a una traduzione, dobbiamo prendere in considerazione quattro diversi livelli di compenetrazione con il testo:
1- L’aspetto linguistico. L’oggettività – soprattutto in letteratura – è una chimera. Ogni testo letterario è un universo di caratteristiche uniche e sfumature molteplici. Presenta aspetti linguistici e di contenuto sia espliciti sia impliciti: oltre ai significati intrinsechi, ci sono da prendere in considerazione il ritmo, il suono, la metrica, il tono, il registro. Ma bisogna tener conto anche che le lingue di partenza e di arrivo sono mondi diversi. Ognuna è un continuum di scansione, di semantica, di prosodia. Come tradurre allitterazioni o assonanze? Un traduttore dev’essere un buon conoscitore della grammatica, della connotazione delle singole parole, e della struttura della frase. A volte, per ridare, ritmo, senso e significato il traduttore deve davvero tradire, cioè ricorrere a parole e suoni diversi nella lingua target, che però trasmettano il senso e la musicalità voluti dall’autore. Deve fare un lavoro di riscrittura, di riformulazione.
Ogni traduzione è una riscrittura a volte impossibile in un’altra lingua. Gualberto Alvino, letterato e intellettuale romano, prendeva ad esempio una poesia di Leopardi, A Silvia: l’ultima parola della prima strofa – salivi – è un anagramma del nome che apre la strofa –Silvia – simbolicamente, il nome Silvia abbraccia l’intera strofa iniziale, divenendo un vero e proprio inno all’amata. Questo, in qualsiasi traduzione, è destinato a scomparire.
2- Il contesto socio-culturale e storico. Il buon traduttore dovrebbe conoscere anche il contesto sociale, culturale, storico in cui l’opera si è formata (ove una conoscenza non sia di prima mano, facendo ricerche approfondite, lavorando in parallelo con l’autore, quando ciò è possibile), fare da ponte fra le diversità, tra l’opera tradotta e il lettore. ‘‘L’Ipotesi di Sapir-Whorf – ipotesi della relatività linguistica”, afferma che lo sviluppo cognitivo di ciascun essere umano è influenzato dalla lingua che parla. Quindi l’avvicinarsi agli aspetti più specifici di una lingua significa addentrarsi in certi costrutti idiomatici e culturali tipici della società che parla quella lingua. Come tradurre in modo adeguato proverbi, metafore, doppi sensi, modi di dire? O, ancora, come rendere in maniera fedele ed efficace un concetto che non ha corrispondenti nella lingua di arrivo? La diversità linguistica non è solo una diversità di suono e di segni, ma di modi di guardare il mondo. Le lingue sono un mezzo per scoprire altri mondi e culture; avvicinarsi a una traduzione favorisce l’incontro con l’altro, permette di vedere le cose da un altro punto di vista, favorendo una comunicazione più aperta e democratica. Non è, dunque, solo una questione di testo e di lingua, ma anche – e soprattutto – di contesto e di linguaggio. E ancora, bisogna considerare le differenze culturali e linguistiche anche a livello spazio-temporale. Prendiamo ad esempio la lingua inglese, la variante britannica è profondamente diversa da quella statunitense. Inoltre, la traduzione è legata all’evoluzione della lingua nel tempo. Quindi, anche le traduzioni invecchiano e devono essere in aggiornamento costante. Un traduttore accurato deve essere in grado di creare una comunicazione interculturale, dando vita ad un testo nuovo, ma che allo stesso tempo sia legato al contesto storico culturale dell’originale.
3- La soggettività del traduttore. La traduzione coinvolge il traduttore nella sua sfera intima specifica. Chi traduce è un individuo unico, con la sua realtà fisica, mentale, conscia e inconscia, ed è anche un soggetto sociale, calato in una realtà storica, politica, linguistica. Senza dubbio, l’incontro con il testo non può prescindere dalla soggettività del traduttore, è un viaggio attraverso le intromissioni sia dell’inconscio sia del vissuto del traduttore. Il soggetto che traduce emerge con l’insieme della sua vita psichica, linguistica e sociale. Proprio per questo, dovrò fare una grande attenzione alle proiezioni del mio vissuto, dei miei desideri e, per la parte linguistica, dei miei stilemi personali. Devo essere conscio che, volente o nolente, non esiste un’oggettività interpretativa, ma che una parte di me risuonerà nella mia traduzione. Devo diventare guardiano del testo, custodirlo anche da me stesso e allo stesso tempo abbracciare la mia individualità, ricercare nella mia esperienza un sentire quanto più possibile equivalente a quello che vive l’autore dell’originale. Tradurre, quindi, non come imitazione, bensì come interpretazione, diventare filtro conscio per la rappresentazione di un mondo non mio. Ho letto da qualche parte una frase di Marina Cvetaeva a proposito del tradurre poesia che mi sembra perfetta per chiarire il concetto: “Oggi ho voglia che Rilke parli attraverso di me.”
4- L’incontro con l’autore e l’empatia. Walter Benjamin, nel suo saggio On Language, dice che: “la lingua non è solo comunicazione del comunicabile, ma anche simbolo del non-comunicabile”. Ogni opera letteraria scaturisce dalla complessità del mondo intimo, unico e specifico di ogni autore, a livello personale, psichico e storico dell’autore, di tutto quello che resta sotteso, non comunicabile. È quindi necessario entrare in connessione profonda, empatica, con lo scritto e con lo scrittore che vogliamo tradurre. Empatia, dal greco en, „dentro” e pathos, „sentimento”: nel momento in cui ci apriamo all’altro, partecipiamo emotivamente al suo intimo sentire, entriamo “dentro”, diventiamo soggetto al suo posto. Questo accade grazie ai neuroni specchio, i neuroni che si attivano con l’incontro con l’altro da noi, ne entrano il mondo percettivo e lo comprendono. Così, nella traduzione letteraria il traduttore “diviene cassa di risonanza delle passioni, delle gioie e dei drammi che vive l’autore dell’originale, e cerca nella propria esperienza un sentire tanto più possibile equivalente a quello, per tradurre quella vita con l’analogo di essa nella propria vita. Si tratta di quella lettura scrivente che non traduce segni con segni, bensì vita con vita .” (Yves Bonnefoy, Dans la fabrique de la traduction)

Per riassumere: il compito profondo del traduttore letterario è aprirsi all’incontro profondo con l’altro: l’autore e il suo mondo, interpretarne il senso del detto e del non detto, i silenzi, gli spazi bianchi sulla pagina, decodificarne la lingua, i costrutti socio-culturali, e poi ricomporre il tutto in un’altra lingua, prendersi il rischio di riscrivere, creare un mondo parallelo verosimile, passando anche attraverso il filtro della propria soggettività. “II faut donc traduire ce que les mots ne disent pas […] ce qui fait d’un acte de langage un acte de littérature.” (Henri Meschonnic)
Nella seconda parte di questo mio breve scritto, mi soffermerò sulla mia esperienza di “reverse translation”, cioè la scelta e le difficoltà di traduzione delle mie poesie dalla mia lingua madre, l’italiano, verso la receiving language, l’inglese.
Why do I translate my own poems? Entrusting one’s poems to a translator is equivalent to an act of faith. How much are we willing to put at stake the individualistic concept of our authorial voice? How much are we willing to consider our work as an object totally alien to us and not as an unmediated extension of our innermost self? In the words of Sophie Drukman-Feldstein (A Materialistic Approach to Translation), I might admit my sin and say, „translation threatens the ideal of words from a single source. It replaces the concept of individual genius with an understanding of language as fluid and transmissible.” Or, with Dante Alighieri, I could cite in my defense the impossibility of translating poetry; it is possible to transfer meaning, but not the beauty of words, which comes from their sound concatenation. The candid truth is that I rarely like English translations of my poems, even when an academic translator did it.
Translating from one’s mother tongue into a non-native language is widely considered non-desirable, in favor of the more common custom to render a text exclusively into the language in which one is more fluent. I am aware of the fact that, if understanding the source language requires certain knowledge and proficiency, translating into the target one demands much higher levels of mastery. However, I would like to emphasize at this point the different emotional nature of the idioms for the translator: the mother tongue, which is physical, made of smells and tastes, sounds, hugs, memories, voices, accents, silences. And then there is the second language, the one we choose to learn, which requires research, mental effort, and it is made of concrete experiences of the present. In my daily life, I often speak both, Italian and English, switching between them sometimes in the same sentence. I think and dream in both.
As linguistic theories show, there are many disparities between the two languages: English is an extremely logical language, concise, characterized essentially by short sentences. Italian, on the contrary, searches for a somewhat “flowery” style: rich in vocabulary, long winding sentences, often including indirect speech and subordinates. Also phonetically, the two languages differ greatly: English, including long and short vowels, deaf and sound consonants, diphthongs, is made up of about forty different sounds, while Italian has very few phonetic rules. As far as rhythm and timbre are concerned, Italian is an isosyllabic language (syllable-timed), i.e. the duration of syllables, whether accented or not, is constant, whereas in an isoaccentual language (stress-timed) such as English, the temporal durations between accented syllables is equal, regardless of how many unaccented syllables there are. In Italian the order of the words in a sentence is very flexible and can vary enormously, depending on the concept to emphasize, while English has stricter rules, it requires a precise arrangement of subject, predicate and complement. For example, in Italian, the element with more emphasis is usually found at the end of the sentence. This contrasts with English, where the salient element is identified by changes in intonation rather than in word order.
In general, Italian poetry tradition pays great attention to alliteration, assonance, rhythm, and sounds to produce a certain effect. Similarly, in my poems, there is often a multilayered flow of sounds and images, a synesthetic approach at the service of the semantic. I tend to favor liquid consonants, onomatopoeic repetitions, and echoic memories. Some verses are open to lyric flights; in others I prefer fragmentary style and loose syntax. I rarely use punctuation in favor of enjambments, italics, parenthesis, to break the composition into fragments, often creating pauses, silences, rupturing the flow, to emphasize a meaning. These breaks are for dramatic purposes, often separating elements that constitute a unit, such as adjective and noun, and leave space for open interpretation: the noun after the interruption suddenly changes the meaning of the verses. All this is difficult to recreate in English, which often requires paraphrases, explanations, rephrasing to convey the meaning and be faithful to a correct syntax. My liquid relationship to each language and the fact that the poems I translate are my own, give me the freedom to meet certain types of bold decisions, to change the structure of the sentence, to suppress or add words, to use different metaphors, to bend the meaning, to create rhythms, hues, compositions distinctive of the English.
To conclude, poetry, by its nature, subtly plays with words and meaning. There is no perfect way to carry one language across into another. The work of translation, between playfulness and rigor, is similar to that of an alchemist, understanding the different elements and creating analogous texts, which reproduce the intent of the original, with the sounds and structures provided by the target language.











